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Utente: lascarpadividar
Nome: Giacomo Scalfari
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giovedì, 05 novembre 2009
ROMANTICOMUNISTI

Un assaggio del nuovo romanzo

- Questo nome ci rappresenta di più, – affermò il ragazzo – perché la nostra battaglia per il comunismo si fonda, oltre che sull’analisi marxista della società, sul tormento che proviamo di fronte a un mondo che esilia i sogni, gli ideali, le passioni più nobili in nome del calcolo e dell’interesse individuale. Non è forse questo un sentire romantico? E aggiungo che il nostro motto filosofico potrebbe essere: Come spada la ragione, come strada una visione. Che ne dite?

I compagni del Fronte Comunista – ora Fronte RomantiComunista – furono tutti d’accordo.

Postato da: lascarpadividar a 18:18 | link | commenti (4)
segno del martello

lunedì, 02 novembre 2009
LA STORIA INVISIBILE

Un'altra bella recensione a "Doppio Uno"!
Da http://tragliscaffali.periodicoitaliano.info

Doppio uno: fa 11. Non solo un numero, ma anche un nome: quello del colpo più “maledetto” di Warhammer (battaglia fantasy combattuta da eserciti in miniatura).
La storia, in verità, ha dimostrato che l’11 più terribile è un altro, vale a dire l’11 settembre 2001, vero e proprio crocevia di un’epoca, una data che nessuno potrà dimenticare. Perché quel giorno l’avventura collettiva dell’uomo è parsa deviare dalla sua rotta naturale per andare, per un breve tratto, a braccetto con una pulsione demoniaca di sopraffazione, di sprezzo della vita e del suo intrinseco valore.
Un punto di non ritorno, che ha messo in discussione ogni certezza, un buco nero che farà sentire i suoi effetti per decenni, forse addirittura per secoli, rallentando la crescita economica e, quel che più è grave, rendendo difficili le relazioni tra Stati, popoli, razze, culture e diverse religioni. Perché il terzo millennio non poteva davvero cominciare peggio.
Nella vicenda narrativa in oggetto, teatro del Warhammer è il Circolo degli Argonauti. Pietro, il protagonista principale, guida un esercito di Bretonnia, il cui zoccolo duro è formato da nobili cavalieri votati alla misteriosa Dama del Lago. È questa una storia dalla luce sinistra, che si dipana tra ombre di uomini, case, strade, stazioni, in equilibrio (labile) fra militanza politica extraparlamentare e servizi segreti.
Una storia classificabile tra quelle invisibili, che stanno sotto i nostri occhi senza per questo essere notate, mentre prendiamo il caffè, leggiamo il giornale, aspettiamo l’autobus, abbracciamo le nostre donne e… ci illudiamo di sapere e tenere tutto sotto controllo. Crediamo, insomma, che la vita scorra normale, ma qualcuno è sempre lì, pronto a tessere trame oscure, disegni criminosi, destabilizzanti, eversivi.
A 27 anni, senza avere un’idea precisa di cosa fare “dopo”, il 19 luglio 2001 Pietro si laurea in Lettere all’Università di Bologna. Non solo studente. Anche attivista politico del Fronte Comunista, piccola ma vivace formazione extraparlamentare. Ma il 19 luglio è anche la data dell’inizio delle fatidiche giornate di Genova che costarono la vita al povero Carlo Giuliani, macchiando di sangue e infamia la maschera democratica di una Repubblica in difficoltà.
Ad un certo punto, il nostro Pietro trova lavoro, presso una Cooperativa archeologica che sta portando alla luce un villaggio preistorico appena fuori Crisopoli. Ma è bene che non dica troppo. “Doppio uno” è un libro di narrativa tutto da leggere, per scoprire dove vuole andare a parare il suo autore.

Fernando Bassoli


Postato da: lascarpadividar a 19:51 | link | commenti
doppio uno

domenica, 01 novembre 2009
POESIE & FILASTROCCHE

Vi segnalo che sul sito della biblioteca civica di Parma trovate, oltre a due miei racconti (L'arrosto volante e I due remotottici), quasi tutte le mie poesie e filastrocche. Vedi http://biblioteche2.comune.parma.it/lettoriscrittori/index.htm

Postato da: lascarpadividar a 09:55 | link | commenti
i miei versi

domenica, 25 ottobre 2009
APOSTOLI A BOLOGNA - TERZA E ULTIMA PARTE

Molti apostoli hanno avuto un soprannome, che, all’interno del luogo narrativo sorto in Casa Giacomelli, era a tutti gli effetti il loro nome, ma, come il gergo descritto sopra, valeva soltanto in seno alla comunità che lo aveva coniato. C’era quindi il Professore (o Professò), così detto perché spesso capitava che si alzasse dal letto all’ora di pranzo e, dopo essersi piazzato in accappatoio davanti all’ingresso della cucina, teorizzava e sentenziava mentre gli altri mangiavano; c’era il Generale, rigido e autoritario, e, secondo alcuni, spia della padrona di casa; e poi la Scienza, studente di ingegneria meccanica con i capelli alla Newton[1]; e c’era la Classe, che alternava i modi del signore a quelli del teppista, e poi il Senatore (o Senatò), il laureato in giurisprudenza riservato e sospettoso, e poi, ancora, il Centrale (o Centralò), e Prodino, e il Dush, e il Battista, e l’Imperiale, e il Tedesco, e Shummy, e l’Artista…
Ognuno di noi, ognuno dei personaggi che faceva o che aveva fatto parte dell’Apostolato, era, insieme alle vicende che lo riguardavano (chi non ne aveva?) uno dei possibili argomenti che saltavano fuori nei nostri lunghi dopocena.
 
Ma era ben più vasta la tradizione da cui i “filò” apostolici potevano trarre materia da narrare. Disponevamo innanzitutto di un vero e proprio corpus mitologico, una serie di fatti memorabili che diventavano patrimonio condiviso anche da quegli apostoli che, tali fatti, non avevano vissuto di persona.
A me, ad esempio, avevano tante volte narrato di quell’epoca dittatoriale che aveva oppresso Casa Giacomelli fino a poco tempo prima che arrivassi io. Vi era stato infatti un apostolo, di nome Pino, che aveva per un certo periodo esercitato la sua dittatura sulla pensione, grazie alla profonda fiducia e al totale appoggio che godeva da parte della padrona. Mi si raccontava, fra le altre cose, che l’apostolo con cui Pino divideva la stanza doveva sopportare, senza lamentarsi, che questi fumasse in camera, nel buio, quando entrambi si erano già messi a letto per dormire. Tutta la camera si riempiva di fumo, e il compagno di stanza di Pino doveva tacere, se non voleva inimicarsi la padrona!
Un altro racconto che faceva parte del nostro corpus mitologico, era quello della manifestazione contro il comizio di Fini svoltosi a Bologna nella primavera del 1994. A quel presidio, infatti, che era stato caricato e disperso dagli ex-neofascisti, avevano partecipato ben tre apostoli, e ognuno era andato incontro a particolari vicissitudini. Ho sentito decine di resoconti di quella serata - a cui ero presente anch’io - ma sinceramente non ho ancora ben chiaro come si svolsero tutti i fatti, e su di essi è come se continui a rifulgere un alone di leggenda…
Questi racconti, diciamo, storici e mitologici insieme, nei lunghi dopocena di Casa Giacomelli erano ovviamente inframmezzati da argomenti di più stretta attualità, come i conflitti calcistici, i guai universitari e quelli sul lavoro, le pene amorose e altro ancora. E a volte, appunto, succedeva che una di queste nostre chiacchierate si incentrasse su un avvenimento eccezionale, un fatto importante che era stato vissuto da qualcuno di noi, e su cui periodicamente si tornava a parlare, per approfondire la questione o anche solo per farsi due risate. Ecco allora che al nostro corpus mitologico si aggiungeva un altro capitolo, un’altra storia che si tramandava, nei dopocena, da a postolo ad apostolo.
E così avvenne che, stagione dopo stagione, anno dopo anno, Casa Giacomelli tessé la sua memoria tradizionale.
 
Ora l’Apostolato non c’è più. L’anno scorso il pensionato è stata chiuso, per diventare un normale appartamento a misura familiare. Ma a dimostrazione del fatto che si trattava di un luogo narrativo prodotto da una comunità in cui la relazione sociale era forte e radicata, gli apostoli continuano a sentirsi e a vedersi, nei limiti del possibile. E c’è anche chi medita, fra noi, di raccogliere un giorno le memorie dell’Apostolato, per ricavar da esse una storia romanzata di quegli anni indimenticabili.


[1] Alla Branduardi, per meglio intenderci

Postato da: lascarpadividar a 16:50 | link | commenti
segno del martello

giovedì, 22 ottobre 2009
APOSTOLI A BOLOGNA - PARTE SECONDA

Vi erano poi momenti durante i quali il luogo narrativo della cucina era riconosciuto e vissuto come tale. Momenti in cui, possibilmente, nessuno doveva mancare, giacché si trattava di cerimonie periodiche di fondazione e rifondazione della comunità di Casa Giacomelli: erano le cene apostoliche.
A dirla bene c’erano due tipi di cena apostolica: una era quella organizzata e preparata da noi in Casa Giacomelli, l’altra, invece, la indiceva la padrona dell’attività e si svolgeva a casa sua. Le cene apostoliche del primo tipo, che avevano luogo nella cucina della pensione[1], si organizzavano per i motivi più disparati e anche senza alcun motivo particolare. Una delle occasioni più ricorrenti era l’arrivo di un pacco pieno di vivande (salsiccia, olio, vino, ecc.) spedito dalla famiglia a uno degli apostoli meridionali. Tutti, comunque, davano il loro personale contributo, e chi non cucinava, lavava i piatti. Le cene apostoliche del secondo tipo, invece, quelle organizzate dalla padrona a casa sua, si svolgevano, di rito, almeno una volta all’anno, e poi ogni volta che uno degli apostoli universitari si laureava.
Le cene apostoliche sia del primo che del secondo tipo erano “il filò dei filò” dell’Apostolato, dove tutti i ricordi dei mesi e anche degli anni passati insieme, gli episodi più divertenti, i personaggi più incredibili, venivano tirati fuori e raccontati sempre con qualche nuovo aneddoto. Il legame che ci univa si consolidava, e si rafforzava il nostro sentirci apostoli, magari con l’aiuto di qualche brindisi e di una chitarra.
 
Il luogo narrativo dell’Apostolato, che aveva il suo cuore nei dopocena ma che prendeva forma ogni volta che un paio di noi si mettevano a chiacchierare, anche fuori dalle stanze del pensionato, possedeva un suo gergo e una sua tradizione.
Il gergo apostolico si nutriva prevalentemente del linguaggio calcistico e di quello militare. “Andare in trincea”, ad esempio, significava per noi andare in sala lettura o in biblioteca a studiare; per dire invece che un tizio non era molto preparato alla durezza della vita, dicevamo che di “gavetta”, quello, ne aveva fatta poca; usavamo poi “sabau”: (che in brasiliano significa più o meno calcio spettacolo), come esclamazione di fronte a un avvenimento o a un modo di fare particolarmente originale, mentre “intervenire sulla fascia” voleva dire inserirsi in una situazione difficile e agire in modo risolutivo o comunque strabiliante, così come teneva “a centrocampo” chi riusciva ad essere equilibrato e razionale anche in mezzo ai problemi.
Vi erano poi alcuni modi di dire che si erano diffusi in Apostolato in seguito all’uso ripetuto che, di essi, qualcuno di noi aveva fatto. E così, “essere bravi” significava comportarsi in modo buffo, stravagante e cocciuto, soprattutto quando non conveniva, e chi invece dava segni di “non arrivare al due” (storpiamento di “non arrivare al chilo”) era per noi uno che capiva poco o nulla, oppure, uno molto stanco e confuso. Ma “andare in pista”, o “essere in pista”, era certamente il modo di dire a cui in Apostolato si ricorreva maggiormente, anche perché aveva più di un significato. Poteva infatti voler dire sia essere in forma, o scatenarsi, che fare una dormita inusitatamente lunga!
Nel linguaggio apostolico rientravano anche parole dialettali introdotte da qualcuno di noi e successivamente usate da una buona parte della comunità. Dai dialetti meridionali, ad esempio, venivano “cumpà” (compare, amico) e pica (ubriacatura), mentre “sgaggio” (scaltro) e “biga” (bicicletta) da quelli settentrionali.
E avevamo i nostri proverbi. Uno dei più gettonati era “chi dorme non dà il pesce”, oppure “senti da quale palpito viene la predica”, o anche “predicare bene e ruzzolare male”, e altri ancora.


[1] Qualche volta, a causa dell’alto numero di partecipanti (gonfiato magari dall’invito di gente esterna alla pensione), abbiamo dovuto apparecchiare la tavola nell’atrio.

Postato da: lascarpadividar a 13:38 | link | commenti
segno del martello

lunedì, 19 ottobre 2009
APOSTOLI A BOLOGNA - PARTE PRIMA

Nel romanzo mitologico-politico che ho appena finito di scrivere compare anche "l'Apostolato", la pensione in cui ho abitato negli anni dell'università. Eravamo in dodici...
Di seguito il testo che ho scritto sull'Apostolato quando preparavo un esame di sociologia alla scuola di specializzazione per l'insegnamento.

 

Dall’autunno del 1993 alla primavera del 2002, ho abitato in una pensione di Bologna in cui erano alloggiate altre undici persone.
Pur essendo formalmente un pensionato, in realtà si trattava di un grande appartamento (sette camere da letto, cinque doppie e due singole, due bagni e una cucina) che era stato adibito a pensione, e che per molti aspetti funzionava come una delle tante “case di studenti” di cui Bologna era ed è tuttora piena.
La padrona dell’attività, ad esempio, che era a sua volta in subaffitto, a parte una breve capatina che faceva quasi tutti i pomeriggi, sul tardi, non presenziava la pensione e non delegava alcuna responsabilità ad esterni, ma lasciava che noi dodici ospitati ci auto-governassimo. Inoltre, si dava l’alloggio solo a chi garantiva di fermarsi almeno per qualche mese, e molti, come il sottoscritto, tenevano il posto anche per diversi anni.
 
All’ora di pranzo e all’ora di cena, Casa Giacomelli - così si chiamava la pensione - era sempre molto affollata. “Più che un appartamento, un accampamento!”, mi piaceva dire. Gli spazi comuni della casa erano l’atrio, arredato con un divano e una poltrona, la cucina, gremita di vecchi frigoriferi e di credenze, e, com’è ovvio, i due bagni.
A pranzo, ma soprattutto a cena, e ancor più dopo cena fin verso mezzanotte e oltre, la cucina, che per dodici persone era decisamente piccola, si riempiva di apostoli. Gli apostoli eravamo noi, giovani lavoratori e studenti alloggiati in Casa Giacomelli, che “la vecchia guardia”, cioè chi stava nella pensione da più tempo, me compreso, preferiva chiamare, appunto, l’Apostolato, perché come gli apostoli della Bibbia eravamo in dodici e perché, visto il divieto di alloggio a persone di sesso femminile e vista la generale mancanza di intimità che derivava dall’affollamento, eravamo costretti a una vita un po’ monacale.
La cucina, dunque, soprattutto dopo cena, diventava il luogo del nostro “filò”, il filò dell’Apostolato. Se infatti i tradizionali filò dei contadini erano quelle veglie notturne passate nelle stalle a raccontare favole, avvenimenti, storie anche già sentite ma che si ascoltavano volentieri più e più volte, magari con l’aggiunta di qualche nuovo particolare inedito, allora possiamo dire che i dopocena passati nella cucina di Casa Giacomelli erano i filò di noi apostoli, luoghi narrativi in cui si cementava la “comunità apostolica”, così come i filò tradizionali rafforzavano il senso d’appartenenza alla comunità contadina.
E come ogni luogo narrativo che si rispetti, anche il dopocena apostolico aveva il suo “focolare”: era la televisione, che, invece di annichilire la conversazione e quindi la relazione sociale fra i presenti, ne era spesso il pretesto, o comunque il rumore di fondo che riempiva i silenzi e che fungeva da scusa per restare in cucina anche dopo mangiato. Sì, certo, capitava anche che vi fosse un programma che interessasse la maggior parte degli apostoli e che quindi si guardasse la televisione più o meno tacendo. Ma alla fine la parola aveva sempre la meglio sul silenzio.
 
Sono state invece le televisioni personali nelle camere, che in certi periodi hanno minato un poco i dopocena comuni. D’altronde la cucina era davvero troppo piccola per ospitare contemporaneamente dodici persone, e un minimo di turn over, anche solo per dare la possibilità a tutti di avere lo spazio sul tavolo per mangiare, bisognava farlo per forza di cose. L’utilizzo della televisione in camera, dunque, più che sostituire i dopocena comuni, quando non era motivato dall’interesse particolare per un programma, costituiva solo il ripiego individuale che si adottava nel momento in cui non era oggettivamente possibile riunirsi intorno al… focolare apostolico.
 
 
                                                          Bologna, Via San Sigismondo. Al civico 1 c'era l'Apostolato...

Postato da: lascarpadividar a 19:34 | link | commenti
segno del martello

venerdì, 16 ottobre 2009
TRE MAPPE IN PIU'

Tre mappe in più per il romanzo fantasy (http://www.cisan.splinder.com):

- La collina della Radura
- Per seguire il viaggio di Gimio
- Per seguire i viaggi di Flen

Postato da: lascarpadividar a 19:25 | link | commenti

sabato, 10 ottobre 2009
FINITO!

Ebbene sì. Ho finalmente concluso il mio ultimo romanzo, NEL SEGNO DEL MARTELLO. Le avventure di Karlo e Thor a Bologna, alla fine del XX secolo. Sono riuscito a metterci dentro tutte le mie grandi passioni, la lotta rivoluzionaria, i miti nordici, l'heavy metal, il mondo fantasy...
Qualche anticipazione: il romanzo è suddiviso in ventiquattro capitoli ed è ambientato tra Parma, Bologna e i Nove Mondi della mitologia nordica. I due protagonisti principali sono ovviamente Karlo e Thor, ma conoscerete anche Roskva, Thjalfi, Ettore il tormentologo e tanti altri. Nella storia ha una funzione importante anche un movimento politico chiamato Fronte Comunista che ripercorre un po' la storia dei Gruppi di Lotta Proletaria (GLP). Una chicca: il romanzo contiene una lettera che undici anni fa Roberto Saviano - allora diciannovenne - scrisse ai GLP! Il noto scrittore si abbonò poi a Luna Ribelle per alcuni anni.
Ora bisogna solo trovare una casa editrice tanto folle da pubblicare una storia del genere...
E voi, siete pronti al Crepuscolo degli dèi?

Postato da: lascarpadividar a 11:41 | link | commenti
glp gruppi di lotta proletaria, segno del martello

martedì, 06 ottobre 2009
SPARTACO HA SEMPRE PIU' AMICI!

Vi segnalo il nuovo sito di Amici di Spartaco: http://www.amicidispartaco.info
Compagni, avanti!
 

Postato da: lascarpadividar a 19:08 | link | commenti
comunismo

lunedì, 28 settembre 2009
MICHAEL MOORCOCK E "V PER VENDETTA"

Non trovate una certa corrispondenza fra le parole che seguono - tratte da Il corridoio nero di Michael Moorcock, 1969 - e la propaganda di regime in V per Vendetta? D'altronde Moorcock e Alan Moore (autore del fumetto V for Vendetta che ha ispirato il film, oltre che di Watchmen) si conoscono bene e hanno anche collaborato alla realizzazione del volume conclusivo di Tom Strong.
Vedi
http://www.comicsblog.it/post/4506/addio-tom-strong-magic-press-ha-pubblicato-il-volume-conclusivo-della-saga-di-alan-moore

“In che modo, direte voi, siamo giunti a sapere degli extraterrestri? In che modo abbiamo scoperto l’esistenza di questa invasione, di queste creature che si muovono nella nostra società come cellule cancerogene in un corpo sano? Lo sappiamo grazie alla prova che ci danno i nostri stessi occhi. Sappiamo che gli extraterrestri esistono a causa di ciò che essi sono, a causa di ciò che succede là dove essi si trovano. Altrimenti come potremmo spiegare l’esistenza del caos, la bramosia di sangue, le infrazioni delle leggi, le sommosse, le rivoluzioni nel nostro mondo?
(…) Voi li conoscete. Potete riconoscerli con una sola occhiata. La loro differenza balza all’occhio. Il loro sguardo è diverso. Esprimono il dubbio là dove voi ed io abbiamo la certezza. Essi sono gli uomini che si associano con stranieri o con gente di dubbio carattere, gli uomini e le donne che gettano il sospetto su ciò per cui noi stiamo combattendo. Sono gli scettici, gli eretici, i beffeggiatori. (…) Essi difendono l’oggetto della nostra ira patriottica. Si tirano indietro dal dovere. Molti sono dei derisori ubriaconi e licenziosi. Voi conoscete queste persone, amici. Voi le conoscete, conoscete gli uomini che sono stati mandati qui per sconvolgere una società virtuosa. Li avete sempre conosciuti. Ora è giunto il momento di espellerli e trattarli come meritano.”

 

Postato da: lascarpadividar a 21:22 | link | commenti